Che cos’è la proprietà?
Mag-2025
INTRO
Che cosa c’entra la scarsità digitale ottenuta da Satoshi Nakamoto con il trattamento del diritto di proprietà da parte di Tommaso d’Aquino, John Locke, Murray Rothbard e Ludwig Von Mises? Che cosa sono la proprietà e il diritto di proprietà?


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Non leggere questa indagine se vuoi continuare a soccombere in condizioni di derealizzazione e zombificazione perpetua, ma leggila se vuoi esplorare il concetto di proprietà in una cornice filosofica libertarista, affrontando più di cinquanta sfumature di esempi e controesempi, esperimenti e controesperimenti mentali sempre più estremi. Seguirai un’analisi articolata che non rinuncia alla profondità cercando di mantenere un taglio il più divulgativo possibile.
Che cosa distingue un’appropriazione propria da una impropria nella cornice del diritto naturale? Che cosa sono il giusnaturalismo e il giuspositivismo? E cosa c’entra la scarsità? La proprietà è solo una convenzione sociale? C’è un legame necessario tra proprietà e Stato o c’è una fregatura qui?
Ho proprietà del mio corpo? E se sì, perché? Ho proprietà di me stesso? Ho autoproprietà (self-ownership)? C’è differenza tra persone e cose? Eventualmente, le persone sono appropriabili? È forse sufficiente l’enunciazione di un “criterio di non aggressione” (NAP) per esporre le fondamenta del diritto naturale di proprietà in una cornice libertarista?
Intraprendi la traversata di Will Barrent che ti condurrà verso una cronologia oggettiva di azioni di appropriazione intese come espressioni firmate di attribuzioni intenzionali, originarie ed esclusive, di prove di lavoro non abbandonato da parte di agenti morali coscienti. Paroloni? Scopri di più.


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“ABSTRACT“
Per ottenere la scarsità digitale essenziale per identificazione, attribuzione e trasferimento senza terze parti di unità di conto, riserva e scambio nel nuovo protocollo di comunicazione, Satoshi Nakamoto implementa una cronologia di firme di prove di lavoro riutilizzabile (“RPOW”), interpretando nel migliore dei modi il nocciolo del ragionamento con cui già John Locke alla fine del Seicento aveva acceso il plurisecolare dibattito filosofico sui fondamenti del diritto di proprietà nella cornice del giusnaturalismo.
La presente ricerca contrappone tale fondazione al giuspositivismo, ricostruendo con un taglio il più divulgativo possibile la genealogia del diritto naturale come regola morale oggettiva a partire dallo stesso nucleo fondativo lockiano, basandosi su irrinunciabili assunzioni inerenti la struttura trascendentale dell’agire, assumendo come primitiva la libertà in una rete di agenti morali coscienti, responsabili delle proprie azioni, interagenti nel tempo con efficacia agentiva.
L’appropriazione viene indagata come espressione firmata di un atto intenzionale di attribuzione originaria esclusiva di una prova di lavoro non abbandonato da parte di un agente morale cosciente, dove la proprietà è il correlativo oggettivo dell’azione di appropriazione. Le proprietà vengono sempre intese come poteri, come capacità di agentività efficace nella realtà o, più precisamente, come collezioni di facoltà che estendono le facoltà dell’agente produttivo intorno a quel nucleo non abbandonabile che è la sua stessa facoltà unitaria di intendere e volere. Ogni appropriazione va considerata originaria in un contesto di scarsità, a partire da una fondamentale condizione precedente di unowned, come azione intenzionale di un agente morale cosciente mai appropriabile. Il concetto di proprietà delineato viene messo alla prova esaminando molti scenari, all’interno di esperimenti mentali estremi, nei quali l’appropriazione si configura di volta in volta come homesteading, come produzione, come scambio volontario o come compensazione proporzionale, in casistiche sempre e comunque riconducibili ad una cronologia oggettiva di espressioni di firme di prove di lavoro non abbandonato in un contesto di unowned e scarsità.
La possibilità di distinguere moralmente le appropriazioni proprie da quelle improprie dipende dall’applicabilità di un criterio universale di consistenza performativa dove ogni diritto di appropriazione si riferisce ad un perimetro di giusta applicazione della forza nei confronti di altri agenti morali. Tale distinzione, unitamente a quella tra ciò che agente morale è e ciò che non lo è, consentono insieme di superare ingenue riduzioni materialiste, arroccate su un inconsistente principio di autopossesso fisico, sciogliendo soprattutto il presunto legame tra proprietà e Stato.
Quest’ultimo risulta contrapporsi in definitiva come terza parte interferente, come negazione di un diritto di proprietà oggettivo, imponendo piuttosto la sovranità come potere arbitrario di intervento del più forte in grado di applicare forza asimmetrica. Il fattore qualificante dello stesso giuspositivismo appare essere la struttura centralizzata di deresponsabilizzazione che dilata arbitrariamente le convenzioni applicando forza non universalmente giustificabile. Dovendo in ultima istanza negare la riconducibilità della proprietà a mera convenzione sociale e notando che la proprietà non necessita dello Stato (né minimo, né delle sue arbitrarie espansioni) per essere definita, né difesa, in quanto la difesa stessa può essere libera, aperta e distribuita all’interno della dimensione dell’agire, la presente indagine dilettante vorrebbe incoraggiare l’eutanasia conclusiva del giuspositivismo, auspicando la rigenerazione di un dibattito professionale sulla proprietà anche nel contesto di un libertarismo italiota oggi dormiente.
“QUARTA DI COPERTINA”
Che cos’è la proprietà? Si può affermare che qualcosa appartiene a qualcuno e, se sì, quando, dove, come e perché? Ci sono appropriazioni proprie o improprie, giuste o sbagliate? Perché è importante sapere di chi sono le cose e se potrebbero essere di qualcun altro? La proprietà è solo una convenzione sociale? Possiamo distinguere tra proprietà e possesso? Cosa c’entrano homesteading, produzione, scambio e compensazione proporzionale? Ho proprietà di me stesso, del mio corpo, del mio lavoro, dei frutti del mio lavoro o di qualsiasi altra facoltà o collezione di facoltà? È valido un principio di non aggressione? Che cosa c’entrano la scarsità e la privacy? Che cosa sono il giusnaturalismo e il giuspositivismo? C’è un legame necessario tra proprietà e Stato? C’è qualcuno che ruba qui? Si può evitare?
Per cercare risposte chiare, la traversata di Will Barrent propone il diritto naturale come cornice risolutiva per i fondamenti del diritto di proprietà. Il fattore qualificante del giuspositivismo risulta essere la struttura centralizzata di deresponsabilizzazione che dilata le convenzioni applicando forza non universalmente giustificabile per l’attribuzione arbitraria di mero possesso. La deriva dei regimi cleptocratici sovrani sembra tendere inevitabilmente a compromettere nel tempo la stessa fiducia solo apparente su cui si reggono, demolendo le basi della civiltà attraverso un’erosione progressiva della proprietà. Ma una cronologia oggettiva di azioni di appropriazione emerge a partire da irrinunciabili assunzioni inerenti la struttura trascendentale dell’agire. L’appropriazione comporta l’espressione firmata di un atto intenzionale di attribuzione originaria esclusiva di una prova di lavoro non abbandonato da parte di un agente morale cosciente.
Non a caso, per ottenere la scarsità digitale essenziale per identificazione, attribuzione e trasferimento, senza terze parti fiduciarie, di unità di conto, riserva e scambio, nel protocollo di trasferimento di valore alternativo al sistema fiat, Bitcoin ha implementato una cronologia oggettiva di firme di prove di lavoro riutilizzabile (“RPOW”), interpretando nel migliore dei modi il nocciolo del ragionamento con cui già John Locke, alla fine del Seicento, aveva indirizzato in direzione libertarista il plurisecolare dibattito filosofico sul diritto di proprietà nella cornice del giusnaturalismo.