Titolo: ovvero la sottovalutazione del placeholder
Gen-2021
Se nessuno parla della tecnologia del placeholder forse è proprio perché appare così insapore e sostituibile, e quindi perché perderci del tempo? Un placeholder è qualcosa che viene piazzato all’interno di una configurazione per prendere, segnalare, occupare il posto che qualcos’altro avrebbe dovuto occupare, occupava già o forse occuperà in seguito. Non è una variabile, non è un pronome, non è un mero sostituto o un surrogato, è qualcosa di molto più provvisorio ed al tempo stesso di concreta rilevanza. C’è, è stato messo lì, ed anche se non è lì per restare, e non è dato di sapere per quanto, intanto manifesta la propria presenza e tiene in piedi la forma. Forse nessuno parla di un placeholder in quanto non è propriamente nessuno, anche se può tenere il posto di tutti, forse perché non ha un volto, anche se si può riprodurre, dunque non trasmette simpatia.
In matematica un placeholder famoso è lo zero significativo nella rappresentazione decimale di un numero: mica roba da poco visto che prende il posto di altri dieci. Un-Owen era l’ombra che invitava dieci ombre a Nigger Island, nel romanzo di Agatha Christie. In linguistica, il placeholder è una parola da usare per significare qualcosa per cui non c’è o per cui non viene una parola, una roba, insomma, qualche-cosa, per chiamare un-qualcosa che non sai come chiamare o non vuoi chiamare diversamente. Nessuno era anche il nome del ciclope. Non bisogna sottovalutare tutta questa gente, visto che molti hanno meritato addirittura un nome per la propria ricorrenza: tizio, caio, sempronio, pinco pallino, mario rossi, alice and bob, john smith, john doe o mister x, tanto per fare degli esempi. Linguisticamente, il placeholder non è un “filler”: quest’ultimo potresti anche levarlo e la forma resterebbe su. Ed è molto diverso usare un pronome (personale, possessivo, riflessivo, dimostrativo, qualificativo, indefinito, relativo, interrogativo, numerale o esclamativo…) o un placeholder (…): quest’ultimo non è classificabile né declinabile, perché esso-stesso-quello-il-placeholder, insomma, c’è, non sta-per, è proprio quello, è stato messo lì al posto di qualcos’altro ma non si riferisce affatto a qualcos’altro, è proprio quello lì e non è nient’altro, nulla, che piaccia o no, almeno finché non verrà sostituito.
C’è un universo sterminato di placeholder che occupano tutti i posti di cui abbiamo cognizione: su Wikipedia si può leggere un elenco inevitabilmente provvisorio, forse perché ogni pagina di Wikipedia è appunto un placeholder prima di essere riempita, e ogni versione della pagina è solo un placeholder della prossima versione. In effetti ogni cosa, da questo punto di vista, deve essere un placeholder della versione più evoluta di sè stessa. Il placeholder mi sostituisce nella rappresentazione, non ancora nella volontà, sulla mappa, non sul territorio, soltanto finché non mi istanzio, finché non vengo assegnato come valore, è una pletora di contenitori potenziali per la mia referenziazione giusto giusto finché non mi sostanzierò, di nuovo o per la prima volta.
In generale, l’aumento di placeholder è indice di maggiore razionalità diffusa nel sistema grazie all’implementazione di tecnologie informatiche. Ci sono sempre più procedure disponibili pronte per essere valorizzate e lanciate all’occorrenza. “Che c’è di nuovo?” è il placeholder di Twitter. “Che cos’hai in mente?” è quello di Evernote. “Cerca…” è Google. “A cosa stai pensando?”, Facebook. “Per creare tu la pagina, clicca qui!” è per l’appunto il placeholder di Wikipedia. Ogni applicazione ha il suo “coso”. Ogni sito web il suo “lorem ipsum”, ogni template i propri placeholder.com e c’è addirittura un dominio da citare come segnaposto che è stato registrato appositamente per non scontentare “nessuno”: example.com. In alcuni linguaggi il simbolo per il posto a cui verrà assegnato qualcosa è il dollaro ($) evidentemente non a caso.
Abbiamo un crescente bisogno di placeholder da assegnare a tutti quei posti che stanno diventando vacanti, per inoccupare tutte quelle cariche che stanno venendo giù come pere dal frutteto del vecchio mondo. C’è la speranza che molti posti obsoleti possano perfino rimanere vacanti o perennemente assegnati ad un placeholder cimiteriale. Diversamente inquietante sarebbe se fosse in corso una più tragica sostituzione, se i placeholder fossero in giro a prendere il posto di pincopalli già precedentemente esistenti… C’è solo da sperare che non si tratti di noi. Qui non si tratta della possibilità di disporre di istanze, cloni, un alter-ego per ogni evenienza, surrogati o replicanti pronti a tutto da subire al posto nostro. Il placeholder è solo temporaneo: ad un certo punto toccherà holdare. Essere un placeholder non è una prospettiva rosea a meno di non intenderlo come il placeholder di sè stessi. Disporre di un proprio placeholder, invece, cioè disporne come tecnologia, sotto chiave, sotto controllo individuale, potrebbe rivelarsi molto interessante. Più placeholder, più privacy. E potresti semplicemente mandarlo avanti a fare la fila.