Sul telettrofono

A distanza di quei 150 anni e all’alba del 5G questo post si assume la responsabilità di scrivere (malaccio, come al solito) una critica retrospettiva molto spiccia del telettrofono, tecnologia tra le più sopravvalutate e più sottovalutate del mondo.

Ormai è abbastanza chiaro quanto fossero sì noiose ma anche fondamentalmente sacrosante molte delle prime critiche che i matusiani di allora sollevarono contro il cornettone. Ripensandoci, con il senno di poi, doveva e deve sembrare strano che una persona si metta a parlare di qui e che un’altra debba ascoltare di là, così in generale, per di più dall’interno di un affare cornuto, una campana o una manopola della doccia, sulla bocca o sull’orecchio. Era strano, sì, parlare allucinando un interlocutore e udire l’allucinazione di quella voce interloquendo di voce in voce dall’aldilà o in remote. I primi early adopters che si comportarono così – banchieri o ferrovieri che fossero – potevano essere giustamente fatti oggetto di bullismo umoristico. Ammettiamolo oggi: quei matusiani avevano ragione.

Parlare con le voci fa sempre strano. Inoltre, il telettrofono notifica con quello strano squillo primordiale tipicamente rumoroso e piuttosto assurdo se confrontato con le immani possibilità di configurazione notificatizia di un individuo-iot contemporaneo. Squillando e interrompendo per sua natura, il telettrofono è sempre stato rumoroso e fastidioso. Da un momento all’altro, interrompendo l’azione, dovevi prendere in mano una cosa cornuta e pronunciare una parola tipo “PRRONTOOO”. Ma de che? A chi lo stai dicendo? Lo abbiamo sempre saputo: si trattava di un comportamento assurdo e primitivo. Dicevi “pronto” senza esserlo e senza sapere cosa ti stava aspettando dall’altra parte e vivevi in balia del richiamo. Semplicemente incredibile. E vogliamo parlare del tu tu tu? Tutù cosa? Cioè stavi aprendo un canale di comunicazione e l’error response era una specie di pulsazione disco music in seconda persona? Pronto, tutù? Okay. Vogliamo parlare dell’arcaica sfera rotante di alcuni famosi modelli fonici? La sfera rotante, detta anche compositore, andava avanti e indietro tipo ruota della fortuna componendo cifre numeriche con la spinta di un dito. Ma davvero? Eppure era veramente fatta così. E ognuno, ogni miserabile, era associato a qualche stringa numerica. Dovevi associare lunghe sfilze di sequenze numeriche a degli individui di cui possedevi già un sistema di notifica molto più semplice tipo il nome – la prima notifica originaria. Non era normale, eddai, memorizzare lunghe sequenze mumeriche e andare in giro a comporle con un dito lungo delle ruote appese al muro o dentro una cabina. Ed era spazio in memoria sprecato per inutili e ridicole informazioni numeriche. Vogliamo parlare delle prime generazioni foniche in cui c’era qualcuno di allucinato “dall’altra parte” che ti chiedeva cosa volevi fare e che faceva da intermediario allucinatorio? Non vorrei insistere sulla cornetta: in fondo Spock conosceva lo smartphone con lo sportelletto già alla fine degli anni ’60.

Oggi possiamo fare in un browser molte cose che prima eravamo costretti a fare nelle cornette parlottando con un sacco di gente anche se magari dovevi solo – per fare un esempio – prenotare un biglietto. Perché dover parlare con il fantasma di qualcuno per prenotare un biglietto? Cosa poteva fregargliene a quell’altro? Semplicemente incredibile. Il telettrofono è stato onnipervasivo e ha costretto intere generazioni a parlottare con voci sconosciute allucinate dentro vari artefatti per svolgere ogni genere di operazione. A distanza di tempo possiamo confessare che ci siamo resi a lungo ridicoli nel vano tentativo di fare qualunque cosa che richiedesse una tecnologia di trasmissione/comunicazione a distanza dell’informazione allucinatoria trasmettendola vocalmente in una cornetta, una tecnologia che è anche e sempre una tecnologia dello status e pure una di interazione e gestione dell’attenzione altrui, come oggi è sempre più chiaro. Ridicoli da qui ai posteri in tutto il continuum spaziotemporale. Il telettrofono originario è stato a lungo una tecnologia molto, molto sopravvalutata, almeno in questo senso.

Tuttavia, ecco che l’insegnamento forse è che non basta cercare i numeri di una tecnologia nei bisogni che soddisfa ma soprattutto nei nuovi scenari che può aprire. All’inizio, gli early adopters sono pionieri impudenti soprattutto perché devono sfangarsela contro una serie di critiche che sono per lo più corrette, e tuttavia devono avere il coraggio di guardare oltre, immaginando che certi problemi possano essere risolti e che ciò che rimarrà nel tempo, il nucleo profondo di una nuova tecnologia, possa essere destinato non solo al successo ma soprattutto ad aprire la strada ad altri successi, magari del tutto preterintenzionali. La fortuna arride quando c’è tempismo, quando il nucleo è interessante, sulle spalle di qualche successo precedente, ma chiaramente anche con un po’ di culo. E tutto è molto difficile da prevedere. Magari cominci parlottando con mezzo mondo, tra ruote e tutù. Poi un bel giorno cosa succede? Passa un po’ di tempo ed ecco che cominciano a telefonarsi delle macchine di Turing non umane. E alla fine magari arriva un protocollo open source eseguito da congegni p2p che si telefonano per condividere un po’ di proof of work e che non hanno un bel niente da raccontarsi a parte che qualcuno ha trovato degli zeri giocando tra gli hash. Ed ecco che da un momento all’altro la storia cambia, perché da quella che all’inizio sembrava solo una banana allucinatoria ora passa un sistema di esternalizzazione della trasmissione del valore a distanza senza censura e a sovranità individuale finalmente incarnata in un po’ di sana e irriducibile crittografia.

Davvero niente male per una tecnologia inizialmente così ridicola e assurda, piccola e diabolica, cornuta e col tutù. A quei matusiani, questo post intende comunque dare conto di aver avuto ragione. È così: avevate ragione. Davvero. Vi è mancato il coraggio. Solo il coraggio, forse anche il rischio. Avrebbe pagato di più. Che tecnologia, il coraggio. Ora basta un po’ di matematica e la pillola va giù.