Storia della macchina per scrivere oculare

Questo post lunghetto, scritto male da un simbionte di macchina di Leibniz umana composto con una macchina di Turing non umana mediante un episodio della storia della tecnologia delle macchine per scrivere, prova a gettare un rapido sguardo sulla storia della macchina per scrivere ovvero su un episodio cruciale della più ampia storia delle interfacce per la scrittura digitale individuale mediata da una macchina. Per farla breve: questo paragrafo introduce una sommaria storia della macchina per scrivere.

Un typewriter è un concorrente del sistema carta e penna che tende a presentarsi come un congegno ad uso individuale concepito per stampare in serie dei caratteri separati seguendo l’evoluzione dei procedimenti industriali già impiegati nelle tipografie. Dopo l’introduzione della stampa a caratteri mobili, numerosi inventori in giro per il mondo sono andati in sbattimento per non dover associare per forza questa nuova forma di scrittura mediata da una macchina a complessi procedimenti da eseguire in laboratorio. Diverse criticità hanno reso insidiosa e faticosa la ricerca di uno strumento ad uso individuale che potesse essere sufficientemente pratico, efficiente e preciso da giustificarne l’uso rispetto ai pennini analogici. Non era solo la precisione della meccanica a richiedere molti sforzi; notevole ingegno era richiesto soprattutto nell’ideare l’interfaccia più adatta per rendere l’uso dello strumento preferibile rispetto alla scrittura manuale dell’amanuense, possibilmente competitivo anche rispetto alla velocità della stenografia.

Possiamo osservare en passant che le primissime tastiere meccaniche sono state quelle inserite negli strumenti musicali per selezionare le note. Troppo facile. Più avanti, meccanismi di selezione di numeri sono stati costruiti per assistere il contabile o lo scienziato nell’esecuzione di operazioni semplici di somma o sottrazione senza mai diventare dei veri e propri oggetti commercializzati su ampia scala. Dapprima si è selezionato più che altro con ruote e rotelline. È incredibile quante cose si possano fare facendo girare delle ruote. Con il perfezionamento dei sistemi di stampa, nel tempo, alle ruote si sono aggiunti dei cilindri, o altre manopole a pressione, oltre a vari sistemi di puntamento. A livello di interfaccia, l’alternativa più diffusa al tasto è stata il puntatore, da intendersi come qualunque congegno in grado di selezionare un segno su una superficie puntandolo in qualche modo dall’alto, in mezzo ad un ventaglio di segni disponibili, per imprimere qualcosa su un supporto sottostante.

StachelSchrift
StachelSchrift

Non è stata solo una questione di collaborazione tra dita e vista, ma anche tra dita e deficit visivi. Le ricerche nel campo della scrittura per non vedenti hanno dato notevole impulso all’evoluzione delle interfacce di tutto il comparto. Rampazetto, un tipografo veneziano, viene spesso citato come un precursore che senz’altro concepì, già verso la fine del Cinquecento (1575) un dispositivo passato con il nome di “Scrittura Tattile”, funzionante con delle specie di cubetti che si possono considerare dei tasti ancestrali pensati per imprimere segni direttamente sulla carta. Lo StachelSchrift risalente al 1807, ideato dall’austriaco Johann Wilhelm Klein, fondatore e primo direttore dell’omonimo Istituto imperiale viennese per l’educazione dei non vedenti, è passato alla storia, precedendo l’invenzione del Braille, con i suoi “caratteri a pungiglione”: dotato di piccoli parallelepipedi metallici con punti di metallo su un lato (solo per lettere maiuscole, per evitare la confusione del corsivo), allineava dei caratteri su una guida. Il Braille viene ideato nel 1821 per superare i limiti del metodo Haüy che permetteva di leggere ma non di scrivere, naturalmente da Louis Braille, il quale più avanti, nel 1839, elabora anche il Decapoint, o Rapigrafia, una forma tattile di scrittura latina utilizzabile sia da non vedenti sia da ipovedenti, in cui le lettere conservavano la loro forma lineare per essere leggibili anche senza addestramento, ma le linee erano composte anche da una decina di punti in rilievo; mentre è l’amico Pierre François Victor Foucault a costruire, nel 1841, il primo apparato, chiamato Le Raphigraphe, in grado di spingere i punti sul foglio.

Charles Thurber, Chirographer
Charles Thurber, Chirographer

Sembra proibitivo ricostruire una cronologia univoca di date, nomi e soluzioni perché molti sono gli inventori, originali o epigonali, che si intrecciano proponendo idee e prototipi di tastiere ad uso individuale nel corso del tempo. Rotelline dentate sono state presenti nel calcolatore di Schickard (1623), nella mitica pascalina di Pascal (1642) e anche nell’addizionatrice di Morland (1666) che selezionavano numeri a scopo di calcolo.

Francisco Joao de Azevedo
Macchina a pedale di Francisco Joao de Azevedo

È nel lontano 1714 che l’inglese Henry Mill registra il brevetto di una “Machine for Transcribing Letters”, all’apparenza uno strumento del tutto simile ad una macchina per scrivere con l’intento dichiarato di produrre un risultato non distinguibile dalla stampa realizzata nelle tipografie. Tra i pochi altri nomi che precorrono le nutrite innovazioni della seconda metà dell’Ottocento troviamo anche l’italico Pellegrino Turri che avrebbe inventato non solo la carta carbone (anche se secondo altre fonti al solito meglio informate sarebbbe stato Ralph Wedgwood) ma anche, nel 1808, per la sua cara Contessa non vedente Carolina Fantoni da Fivizzano, una proto-macchina, di cui non ci è giunto nulla, sebbene conserviamo alcune delle lettere che ne sarebbero state scritte. Mentre nel 1829 William Austin Burt brevetta il “Typographer” glorificando l’idea del puntatore, con una macchina lentissima che viene descritta, presso il Museo della Scienza di Londra, come “the first writing mechanism whose invention was documented”. Lo scrittore utilizzava una sorta di scomodo quadrante che andava a selezionare ogni singolo carattere tramite un indice. Charles Thurber brevetta invece nel 1843 la “Chirographer”, un prototipo della quale è esposto al Worcester Historical Museum nel Massachusetts. Anch’essa lenta e poco pratica e mai commercializzata, comunque geniale, era dotata di carta su un rullo, con una ruota orizzontale al di sopra munita di una serie di tastoni aghiformi; è descritta come “a substitute for writing, where writing with a pen is inconvenient by reason of incompetency in the performer”. L’ossessione pluridecennale di Giuseppe Ravizza per le macchine per scrivere, e soprattutto per il problema di riuscire a visualizzare ciò che si scrive mentre si scrive, porta quest’ultimo a realizzare il “Cembalo Scrivano” nel 1855, primo di 16 modelli che ispireranno certamente i successi di Sholes e Glidden pochi anni dopo. A proposito di simbiosi mutualistica tra stenografia e dattilografia, esiste, per inciso, anche il metodo Michela di Antonio Michela Zucco ideato nel 1862, basato su una tastiera con una ventina di tasti associati a segni grafici e a precisi valori fonici ripetuti secondo un determinato schema, la cui versione computerizzata è a tutt’oggi in uso presso il Senato di qualche buffa Repubblica.

John Pratt, Pterotype
John Pratt, Pterotype

Secondo “The Writing Machine, a history of the typewriter” di Michael H. Adler bisogna attendere propriamente gli anni ’60 dell’Ottocento per vedere i primi seri tentativi di produzione e commercializzazione di qualcosa che con il senno di poi possiamo definire senz’altro l’antenato di una macchina per scrivere moderna. John Pratt, in Alabama, crea nel 1865 la “Pterotype” presentandola alla Royal Society nel 1867. La figura che ricorda un grande scatolone campeggia su un numero del magazine Scientific American reperibile anche su Amazon. Caratteristica unica della macchina era che i caratteri tipografici si trovavano su una piastra spostata orizzontalmente e verticalmente dai tasti, dove un martello colpiva la carta da dietro spingendola contro il carattere. Incapace di venderla, Pratt rifila i diritti ad Hammond che valorizzerà alcune delle sue idee nel proprio modello di successo nel 1884. Le prime interfacce a tastiera che hanno selezionato delle lettere con una impostazione tipicamente moderna si possono trovare soprattutto nelle primitive typewriter a pedali che dalla metà dell’Ottocento hanno insistito nel riprodurre il design delle macchine per cucire: un esempio tipico è il modello di Padre Francisco Joao de Azevedo risalente al 1871.

Rasmus Malling-Hansen, The Hansen Writing Ball
Rasmus Malling-Hansen, The Hansen Writing Ball

La svolta nella storia solitamente viene assegnata all’unanimità a due soluzioni di successo che rappresentano anche i primi tentativi riusciti di realizzare un vero e proprio prodotto su ampia scala destinato al mercato ed all’uso individuale. Si tratta del mitologico sferoide del reverendo Rasmus Malling-Hansen, “The Hansen Writing Ball”, brevettato nel 1865 e prodotto in serie nel 1870, usato nientemeno che da Friedrich Nietzsche. La macchina presentava una concezione innovativa a livello di design ed ergonomia: una specie di semisfera a spilli con i caratteri che si imprimevano su una superficie a scorrimento sottostante; ecco un esempio di innovazione d’interfaccia che ha coprodotto innovazione nei contenuti.

Sholes e Glidden, Remington N.1
Sholes e Glidden, Remington N.1

Più celebre e normalmente acclamata è la macchina per scrivere Sholes e Glidden conosciuta anche con il nome di Remington N.1, progettata da Sholes, Soule e Glidden fin dagli anni ’60 e finanziata da Densmore dopo l’incontro con Remington, produttore di pistole e macchine per cucire. I primi modelli sono dotati di un pedale che aziona un rullo cilindrico e da eleganti decorazioni floreali color oro e dipinti a mano. In un periodo in cui lo stipendio medio è di 5 dollari al mese, il costo elevato di 126 dollari ne decreta il destino come suppellettile per salotti benestanti. Il primo successo arride al modello del 1873/74 che stabilisce uno standard longevo per i tempi a venire: la tastiera è infatti una QWERTY e comprende già una mega barra spaziatrice, ma conta solo lettere maiuscole e prevede ancora digitazione cieca tramite martelletti che colpiscono il supporto sul retro.

Caligraph Model 2
Caligraph Model 2

Da qui in avanti la competizione si fa serrata e vengono introdotti nel tempo per via indipendente diverse innovazioni secondarie su nuovi modelli prodotti negli USA o in Europa. Ne citiamo solo alcuni in una (rapida?) carrellata tutta battuta su una QWERTY contemporanea. La Hammonia, prodotta in Germania nel 1881, funziona con una lama e con carta carbone o con seta inchiostrata. Dell’anno seguente è la Caligraph Model 2, prima seria concorrente della Remington, con 72 tasti su 6 file per minuscole (tasti bianchi) e maiuscole (tasti neri), tutti forniti di un vetrino o di gomma dura; il suo punto debole è l’allineamento. Nella Hammond del 1884, che presenta un tastierone curvo venduto come “tastiera ideale” per estetica ed ergonomia, i tasti sono incastonati in alloggiamenti di legno. Il modello a indice più diffuso è la Hall NY realizzata a Boston nel 1885; dotata di un indicatore su una piastra metallica, viene distribuita in una valigetta in mogano o in noce. Questa tipologia di interfaccia va per la sua strada rispetto alla nascente dattilografia perché non richiede una lunga curva di apprendimento. Il trade off qui è tra efficienza e semplicità d’uso. La maggior precisione viene raggiunta dalla Merritt del 1890 in cui la manopola viene fatta scorrere lungo un’apposita cremagliera: benché sembri rudimentale, viene ideata per “scrittura di alta qualità”. Anche questa è sempre cieca: il risultato è visibile solo sollevando il carrello.

Merritt
Merritt
Simplex Typewriter
Simplex Typewriter

Soluzioni circolari si trovano nella Velograph svizzera del 1886 che ha un bel disco rotante, mentre la più economica World Model 2 dello stesso anno, a indice, permette di scegliere un carattere da una ghiera circolare prima di azionare la pressa per la stampa. C’è un ruotone di caratteri in gomma anche nella Simplex Typewriter, distribuita come giocattolo, dove la selezione avviene girando la ruota e schiacciando verso il basso per stampare, con disponibilità in diverse varianti con diverso numero di caratteri con differenti colori. Le ruote sono due, una a sinistra e una a destra, nella tedesca Pettypet del 1930. C’è qualcosa che anticipa la type-ball IBM di circa 50 anni nella Exact tedesca del 1913 acquistabile nei negozi di giocattoli, cioè un ruotone di caratteri che funge anch’esso da indice.

Franklin Type II
Franklin Type II
 Jewett Model 2
Jewett Model 2

La Hamilton del 1888, molto elegante con tasti e custodia in ottone, è la prima ad offrire spaziatura proporzionata grazie ai meccanismi costruiti dal gioielliere Abbott, mentre la Smith Premiere N.1 del 1889, in stile Liberty, è fornita di una spazzola per pulire i caratteri azionata da una leva e di una doppia tastiera con tasti ottogonali uniti a barre di facile regolazione. La favorita dei collezionisti è la Franklin Type II del 1892, inventata da Wellington prima della Wellington (ovvero colui che ha progettato anche la famosa Empire Model 1, distribuita in Germania come Adler 7). Prima di questo modello, si è sempre vista una complicata serie di collegamenti meccanici per unire i tasti ai martelletti, mentre qui la soluzione è semplice essendo ogni tasto su una leva collegata direttamente con martelletti a battuta radiale. La Jewett Model 2 del 1895, prodotta in uno storico edificio in Iowa, è invece premiata come “la più bella del mondo”. A proposito di marketing, l’interfaccia più resistente al mondo sarà quella dell’americana Royal del 1934 che negli spot veniva lanciata dagli aerei in casse di legno apparentemente senza rompersi né colpire qualcuno in testa. La macchina dal design più gradito da artisti come Ernest Hemingway invece sarà la svizzera Hermes Baby prodotta nel 1935.

Underwood Model 5
Underwood Model 5
Continental standard
Continental standard
Mignon Modello 2
Mignon Modello 2
Standard Folding Typewriter
Standard Folding Typewriter
Hermes Baby
Hermes Baby

Ma se i gusti sono gusti, le interfacce non lo sono. Sono interfacce. Siamo nel 1900 all’inizio del nuovo secolo quando la QWERTY Underwood Model 5 risolve la questione della visibilità della scrittura: il nastro si solleva all’azione del martelletto liberando il campo visivo al rientro nella posizione di riposo, con una soluzione che dominerà il mercato nei decennni successivi, copiata anche dalla Continental standard in Europa a partire dal 1904. La tedesca ad indice Mignon Modello 2 del 1905, rivale della più costosa Hammond, si ricorda per robustezza e praticità ed è dotata di cilindro di stampa intercambiabile per lavori che richiedono diversi set di caratteri. La Standard Folding Typewriter del 1907 è la prima pieghevole e portatile, interamente in alluminio, fatta eccezione per i martelletti; è brevettata a New York da Frank Rose, autodidatta. Ma è la Bennett Black tascabile del 1910 la più piccola essendo racchiusa in soli 25x10x3 cm: presenta un tasto di spaziatura al centro con 28 tasti su 3 file per un totale di 84 caratteri componibili ed è realizzata in doppia versione con rullo inchiostratore o con nastro. Più magra sarà solo la tedesca Groma Kolibrì del 1955 che ricorderà un po’ Lettera 22 ma sarà progettata per essere sottile solo 6,5 cm. La prima con i cuscinetti a sfera montati sulle leve dei martelletti è la Titania Model 3 del 1913 mentre del medesimo periodo è la strana Virotyp francese del 1914 che viene adottata dai soldati nelle trincee o a cavallo, venendo portata legata al polso tramite un cinturino. Se questa è portabile, la ricurva inglese Imperial del 1913 può essere la più facile da smontare; è dotata anche di due tasti di commutazione e di uno di ritorno a destra.

Bennett Black tascabile
Bennett Black tascabile

Questa cosa del tasto di ritorno ritorna anche nelle Remington di successo: nella Remington Model 10T del 1917 con formato AZERTY e con funzione per fissare la maiuscola e prima con tabulatore decimale, nella Remington Portable N.2 del 1922, amata da Agatha Christie qualche anno più tardi, ma anche nella prima tastiera silenziosa di successo montata sulla Remington Noiseless Model 6 del 1925 completata da 3 moderne file di tasti. Il tasto di ritorno (return, da carriage return) si chiama così proprio perché in origine fa ritornare il carrello, o in altre parole va a capo. Questa funzione oggi ritorna con il tasto enter (invio) che nelle calcolatrici corrisponde all’uguale. Da quando si è aggiunto il tastierino numerico, il tasto a volte si è sdoppiato in return di fianco alle lettere ed in enter di fianco ai numeri (più raramente indicato anche con immiss); nel dubbio, oggi ritorna un tastone a forma di L rovesciata etichettato semplicemente con un freccione rovesciato che punta a sinistra. Tecnicamente, enter invia un carattere di fine linea, dove la differenza tra ASCII 12 e ASCII 13 è sottile ma si può distinguere anche premendo il tasto CTRL (se sai cos’è). Il tasto enter è più grasso un po’ per dargli importanza, un po’ per supposta frequenza d’uso, così non puoi mancarlo. Nel dubbio dell’eterno ritorno oggi ritorna l’enter nelle applicazioni di messaggistica che magari ti fanno scegliere come preferisci che si comporti il tasto, se come enter o come return (se hai di questi problemi). I risultati di ricerca su Google suggeriscono che “press enter” è molto più diffuso di “press return” di almeno un ordine di grandezza; oggigiorno “press the return key” suona strano, mentre “press enter” sembra più naturale. Se vogliamo, questa storia nella storia è interessante perché enter ormai praticamente significa: okay, vai, procedi, esegui. Siamo destinati a incorporarci nell’IOT pertanto ci serve un tasto con funzione o comportamento di “esegui” perché dobbiamo “inviare istruzioni” da eseguire direttamente: qui non c’è più soglia tra passività e attività come nell’oralità dove ogni comando/ordine è pur sempre e solo un richiamo per l’esecuzione altrui, dove nessun vocalizzo va mai direttamente in esecuzione ma stimola solo la manipolazione della RAM per l’attività altrui; dentro un continuum di comunicazione scritta, invece, possiamo dire alle “cose” direttamente: vai! E quelle vanno. Se non vanno, non è per volontà: non funziona.

Everest Model S
Everest Model S

Return. Tornando alla storia anche dal lato delle vittime, ci sono disposizioni alternative senza ritorno da prendere in considerazione che godono di scarsa accoglienza, come quella della M.A.P. Model 5 francese del 1926, o quella della tedesca Karli 1 del 1927, lunga e stretta, nella quale i caratteri sono tutti allineati su un binario, oppure quella della Everest Model S del 1937 che presenta 44 tasti su 4 file. Diverso però è il discorso della disposizione se bisogna dislocare un charset abbastanza peculiare, come quello richiesto dal sistema di scrittura con logogrammi Kanji: nella Nippon Typewriter Sugimoto del 1929 il selettore sceglie da una microgriglia sterminata in cui sono alloggiati più di 2400 caratteri. Ad impressionare di più forse è solo la lentissima Nippon Type Model U-10 datata 1975, costituita da un rullo dalla forma riconoscibile e rassicurante, ma anche da un’enorme tavola di minuscoli ideogrammi metallici, tramite la quale un buon dattilografo professionista non imprime più di 20 caratteri al minuto usando delle leve per azionare una specie di piccola e tenera pinza che folleggia timidamente in mezzo ad uno smisurato mosaico di simboli.

Nippon Typewriter Sugimoto
Nippon Typewriter Sugimoto
IBM Electric Model 1
IBM Electric Model 1
Lorenz Blattschreiber Lo 15
Lorenz Blattschreiber Lo 15

La prima macchina per scrivere elettrica a godere di successo commerciale è la IBM Electric Model 1 del 1935, realizzata su un progetto di qualche anno prima. Anche la Continental Rapidus del 1938 presenta 32 tasti su 3 file, un selettore circolare con i numeri sulla parte anteriore e tasti speciali per le operazioni, con un selettore per la scelta del punto di stampa sul foglio ed un movimento di ritorno del carrello azionato elettricamente. La Lorenz Blattschreiber Lo 15 prodotta in Germania come “evoluzione del Telex” (acronimo di TELeprinter EXchange, ovvero comunicazione telegrafica attraverso telescriventi), a sua volta evoluzione del telegrafo, è parte del nuovo sistema di telecomunicazione sviluppato a partire dagli anni Trenta e largamente usato nel XX secolo per la corrispondenza aziendale; in Germania viene inaugurato il 16 ottobre 1933, con questo modello in cui la trasmissione del segnale di computazione avviene tramite impulsi basati sul codice Baudot, mentre un nastro di carta forato guida il cesto dei martelletti nella battitura sopra un foglio vincolato ad un rullo fisso. Ma durante la guerra nel 1941 viene creata appositamente per le SS L’Olympia, dotata di un “carattere speciale” posto sul tasto 5 che riporta il marchio delle squadre militari naziste.

Olivetti M1
Olivetti M1
Olivetti Logos 58
Olivetti Logos 58
Olivetti Lettera 22
Olivetti Lettera 22
Olivetti ET 221
Olivetti ET 221

A proposito di sovranismo d’interfaccia, Olivetti sviluppa in Italia dei prodotti di qualità attingendo fin dalle origini ad un viaggio negli USA di fine ‘800 da parte dell’ingegnere e imprenditore Camillo Olivetti. Il primo prototipo della Olivetti M1 viene spedito alla moglie da Milano a Ivrea nel 1911, ma non ottiene grandi apprezzamenti, data la concorrenza spietata sul mercato. I modelli che passeranno alla storia sono piuttosto quelli di altri tempi, l’innovativa Summa 15 del 1949 e la classica Lettera 22 del 1950. La prima esegue operazioni di somma e sottrazione sotto una carrozzeria metallica o in plastica con tastoni manuali e manopolone per il rullo, e comprende soprattutto un primo vero e proprio antenato di un “joystick” a 4 direzioni progettato da Natale Capellaro. La seconda, esposta anche al MOMA e amata da vip come Pasolini o Montanelli, è uno dei simboli dell’Italia del Dopoguerra insieme alla Vespa Piaggio o alla Fiat 500, ha una tastiera tipicamente italiota QZERTY e rimane sul mercato fino alla metà degli anni ’60, ma non contiene in effetti nulla di che; soltanto è molto ben fatta. A ben vedere, come già in altri modelli italioti meno prestigiosi, mancano le vocali accentate (da cui la tendenza a sopperire con l’apostrofo), il tasto 1, che si digita con la elle, così come pure lo zero, che si digita con la O. La Summa Prima 20 del 1960 ha linee più squadrate, mentre la Valentine del 1969 diventa un prodotto cult per la carrozzeria rosso vivo e per la valigetta realizzate dal designer Ettore Sottsass; la Logos 58 del 1973 invece è una calcolatrice elettronica completa con tutte le operazioni aritmetiche, in carrozzeria in lega di alluminio, e si presenta con una disposizione moderna, con due totalizzatori e una memoria. Meritano una citazione due modelli più recenti di successo: la Olivetti ET 221 del 1979 e la Olivetti ETV 2700. La prima è una typewriter elettronica a 46 tasti per un totale di 100 segni, con un display da 20 caratteri, una memoria interna da 830 caratteri e funzioni di formattazione speciali come la centratura, la giustificazione a destra, il grassetto, la sottolineatura, il ritorno a capo automatico e la cancellatura; la seconda è ormai videoscrittura elettronica o meglio un pc primitivo con stampante integrata, che all’apparenza può sembrare un pc con una stampante, invece nasce come macchina per scrivere o stampatrice che evolve in pc; dotata di tastiera per word processing e tastierino numerico con funzioni di servizio, display esterno monocromatico da 12 pollici e risoluzione 640×300, memoria interna da 256 KB, microprocessore, floppy disk, hard disk da 20 MB, supporto per la carta, carrozzeria plastica con coperchio ribaltabile, ma anche sistema operativo MS-DOS con software di videoscrittura SWP.

IBM Selectric Model 1
IBM Selectric Model 1

Facendo un doveroso passo indietro nella realtà, la prima macchina per scrivere con visual display terminal collegato è la Multics dei Bell Labs del 1964. Computer ancestrale creato insieme al M.I.T., si presenta come un sistema multi-utente con possibilità di visualizzare in tempo reale ciò che viene scritto su un piccolo monitor. Altrettanto celebre e importante in tempi più recenti è l’IBM Selectric Model 1 del 1961, detta anche la macchina con la pallina da golf, la quale porta tutti i caratteri su un unico innovativo elemento meccanico che, ruotato e inclinato, si presenta davanti al nastro col carattere scelto; questa testina facilmente sostituibile si muove da destra a sinistra mentre è la carta a scorrere senza carrello; può stampare diversi set di caratteri tra i quali tutti i simboli matematici e compare anche in Arancia Meccanica di Stanley Kubrick.

Canon Typestar 10 II
Canon Typestar 10 II

A livello di interfaccia, da qui in avanti e fino ad arrivare ai giorni nostri, le novità prenderanno strade completamente diverse seguendo le evoluzioni dei personal computer. Tra le visioni della GUI di Engelbart e le trovate di Cliff Kushler del T9 con i 12 tasti fino al meno fortunato approccio “swipe”, ne abbiamo visti di tentativi di migliorare il rapporto con le tecnologie di scrittura macchinica o digitale assistita per macchine di Leibniz umane: mouse, touchpad, pointing sticks e compagnia, superfici touch o projected, trasferimento termico a partire dalla Canon Typestar 10 II, pennini digitali ed ogni genere di tastierini aggiuntivi multidevice, bluetooth, foldabili, arrotolabili, a scomparsa e a ricomparsa, con funzioni di autocomplete (magari potenziate dal machine learning), oppure per tradurre e trasmettere, o soluzioni speciali per interagire con motilità ridotta. Finanche abbiamo visto l’introduzione delle tastiere “vocali”, ovvero con traduzione immediata del flusso audio vocale proveniente dal microfono in caratteri digitali. Abbiamo visto dispositivi indossabili come gli smart glasses a controllo oculare o i sistemi AR o basati su motion capture, le haptic suits militari e il concept Airtype dove la tastiera è solo proiettata o scompare del tutto, sostituita da una mappatura associata al mero movimento delle dita sopra una superficie più o meno universale. Di fatto, però, la ricerca dell’intrattenimento garantito dai bidoncini vocali tipo Alexa nonché quella della migliore interazione tattile possibile inseguendo le appendici della corporeità a cui siamo più pigramente ancorati, forse ha distratto l’attenzione e le energie dall’obiettivo principale che è e resta quello di entrare in completa simbiosi con un charset che può comprendere fino a 65000 caratteri per poter dialogare in modo chiaro con tutto l’IOT senza neppure vendere l’anima, inviando istruzioni e premendo il tasto enter nei momenti più emozionanti per eseguire azioni sfolgoranti che neppure il Faust o lo Zaratustra si sarebbero mai immaginati.

On the road to 65000: il tastierone ideale che deve essere ancora inventato e che scriverà il prossimo episodio cruciale della più ampia storia delle interfacce per la scrittura digitale individuale mediata da una macchina, la tecnologia che farà da corpo intermedio tra noi ed il prossimo supporto di elezione che potrà anche essere proiettato su un gas opportunamente controllato, in qualunque forma possa incarnarsi, stando al paragrafo conclusivo di questo post che, come da tradizione, lascia le briglie sciolte per sproloquiare sul futuro, dovrà consentirci con tutta probabilità di scrivere con gli occhi, perché nonostante i contributi che sono arrivati fino ad oggi dalle ricerche per i non vedenti (che ringraziamo), le ricerche per i non toccanti o simili hanno ancora da offrire tantissimo e potranno farlo potenziando l’unico strumento che sembra in grado di offrire l’elevata precisione e profondità richieste dall’ampiezza del charset: la vista aumentata. Qui non si tratta di parlare con le cose, di gesticolare davanti ad un sensore o di fare scene teatrali alla Totò in compagnia di Siri la Cumana. Si tratta chiaramente di scrivere, o di scrivere meglio, si tratta di selezionare ma anche di cancellare, spostare, fare copia e incolla e legare insieme comodamente migliaia di caratteri ricchi di punteggiature e sfumature, non per trascrivere il nostro super-ego o la voce di non so chi, ma soprattutto per scrivere tutte le mappe, tutte le culture, la logica, l’aritmetica e la geometria, con i loro alfabeti, e tutta quella protocultura universale con cui descriviamo i fenomeni della natura scomponendola e ricomponendola nel foglio-mondo che esce dal grande rullo della grande macchina per scrivere che è la ricerca scientifica tout court, per meglio muovere e mandare in esecuzione i programmi della natura stessa. Corpo intermedio si fa per dire. Da un lato deve essere intermedio, cioè né interno né esterno, semplicemente embodied, e verrebbe da pensare aggiuntivo, ma in realtà non deve essere per forza addittivo, potrebbe anche essere sottrattivo o correttivo, per esempio chirurgico o eugenetico o semplicemente aggiustativo a livello ambientale/pedagogico o interattivo o vattelapesca; non va preclusa nessuna strada. Tutto considerato, un aggiuntivo/correttivo sulla motilità oculare dovrebbe bastare, unitamente ad un po’ di sano esercizio. Sembra facile. Non che chi scrive abbia la più pallida idea di cosa si stia immaginando. Comunque la praticità non dovrebbe essere un problema. Impieghiamo già anni per acquisire manualità scrittoria analogica con foglio e matita, battibecchiamo tasti da una vita per superare esami di dattilografia o cercando di messaggiare con più partner contemporaneamente con le applicazioni di messaggistica. Vorrà dire che impiegheremo qualche anno per acquisire abilità swappatorie o di controllo oculare per le future interfacce per il charset dei giorni a venire, amen, magari lo faremo in aule scolastiche con molti ologrammi e meno gessetti. Ma lo faremo con spensieratezza per entrare in un rapporto adulto più prossimale con l’IOT. La macchina per scrivere oculare Modello O1 di cui abbiamo appena abbozzato la genealogia fondamentalmente servirà a migliorare il rapporto individuale con tutto il corpo scrivente che la natura da sempre è – intera corporatura che scrive su sè stessa per conatus, non può che scrivere permanentemente sul/nel foglio-mondo che è. Solo può farlo più o meno bene, con errori di ortografia o di grammatica con o senza correttori automatici. Ortografia: responsabilità. La nuova macchina per scrivere servirà a divenire più individualmente responsabili dentro il grande ESEGUI interamente connesso al quale ogni terminale umano s’interfaccerà prima di premere sul prossimo Return.