Il messaggio non è il messaggio
Ago-2016
In realtà, nessuno ha mai saputo cosa vuol dire veramente il mantra “il medium è il messaggio”. Per spiegare queste cose nel Vecchio Mondo c’è sempre bisogno di guru, ma non ci sono più tutti quei soloni di una volta a bazzicare in giro. Come non avevano già più senso i sapientoni dell’oralità presi in giro da qualche frammento presocratico, così ai tempi di Giga del Digitale capita che apri un blog qualunque e trovi uno qualunque che magari ti spiega che una certa frase di un guru manco aveva senso e non riesci neanche a capire il trucco. Dove sta la fake news?
La frase originale era addirittura una specie di motto di spirito: “il medium è il massaggio” – cioè mass age, età dei media di massa, o qualcosa del genere, insomma, il marketing, passato alle cronache – c’erano le cronache – come errore tipografico. È stato scritto anche: la forma è il vero contenuto della comunicazione. Ma è stato scritto anche: il contenuto è il contenitore. Di questo passo si è arrivati a: il mezzo è il fine. Oppure: la forma è importante – sì, la forma è determinante nel veicolare l’informazione, e via, l’abito fa il monaco, e chi controlla la forma controlla il passato, e anche la sostanza. Ti ci potevi affogare, tra rimasugli aristotelici stipati in quel solaio che non avevi il tempo di sgombrare dopo il Congresso di Vienna.
Il medium non è “neutro”. Ecco un’altra formulazione che si è sentita spesso ripetuta come una preghiera. Di qui pure l’aforisma mediologico definitivo: “la tecnologia non è neutra”. Quante volte non si è sentita questa sentenza? Ma che la tecnologia non sia neutra è abbastanza un bla bla bla (termine tecnico). Per esempio Bacone nel Novum Organum (1620) già scriveva: “Bisogna considerare ancora la forza, la virtù e gli effetti delle cose scoperte, che non ricorrono tanto chiaramente in altre cose, quanto in quelle tre invenzioni, che erano ignote agli antichi; e la cui origine, sebbene recente, è oscura e ingloriosa: l’arte della stampa, la polvere da sparo, la bussola. Queste tre cose, infatti, mutarono l’assetto del mondo tutto; la prima nelle lettere, la seconda nell’arte militare, la terza nella navigazione; onde, infiniti mutamenti sorsero tanto che nessun impero, né setta, né stella sembra aver esercitato sull’umanità maggiore influsso ed efficacia di queste tre invenzioni meccaniche”. Che la “tecnologia” cambi le carte in tavola, trasformando l’insieme degli abiti corporei che noi stessi siamo, possiamo accettarlo senza dover considerare tutto ciò una scoperta del “Villaggio Globale”. La tecnologia tendenzialmente funziona e fa cose (fuori, embodied o tutt’e due) e nel far cose (fa cose, non vede gente) consente dei nuovi far-cose, e così via. E come potrebbe essere neutro tutto questo fare? Anche il sapone neutro non è affatto neutro come tecnologia della pulizia. A questo livello, si può sempre sfoderare anche l’aforisma perfetto, ma opposto: la tecnologia è neutra perché dipende da come la usi. Ecco là, altra aria buona per ogni talk show.
Pure molto spesso l’aforisma viene letto proprio così: “il medium non è neutro rispetto alla comunicazione”. Ne “La luce e il mezzo. Riflessioni sulla religione”, per esempio, in una lettera a John Culkin del 1975, McLuhan scriveva proprio: “Il pubblico è la causa formale” – il pubblico nel senso degli spettatori, diciamo così; “la generazione televisiva non è stata formata dai programmi televisivi, ma dal carattere pervasivo e penetrante dell’immagine televisiva”; e ancora: i media creano ambienti “che esercitano la loro pressione strutturale con tutto ciò che si trova in quel territorio ambientale”. Allora voleva dire proprio soltanto questo: nell’epoca dei mass media, non dobbiamo sottovalutare la loro influenza. Ecco qua.
C’è da crederci che stava dicendo solo questo? Persone che pensano al potere politico come dimensione esistenziale e temono altri modi di manipolare le aggregazioni per altro potere politico più pericoloso perché diverso dal loro. Niente di che, allora. Cosa ce ne facciamo di tutte le varie formulazioni dell’aforisma? È venuto il tempo di ammettere che molte di quelle espressioni non volevano dire assolutamente un medium, perché ognuno può scegliere la sua preferita. Io ad esempio scelgo: “la materia del messaggio è la sua configurazione”. Questa mi suona più fica più che altro perché mi piacciono sempre le “configurazioni”.
Quando senti “il medium è il messaggio” ormai sai che stanno delirando. Tra le quattro cause aristoteliche, pietre millenarie immutabili del fronte occidentale, notiamo che oggi guadagna sempre più quote la “causa formale”. Uno deve pur sempre investire su qualcosa. Perché non insistere in questa direzione, allora, anche nelle scienze della comunicazione? Allora riformuliamo l’aforisma infilandoci un po’ di configurazione o di causa formale ed ecco che abbiamo uno speech pronto per un TED. La causa formale è ovunque, è nel dibattito sulle interpretazioni realiste del formalismo della meccanica quantistica, è nel politianesimo nel dibattito sulla legittimità dei modelli di partecipazione/rappresentazione, è una domanda incombente e permanente sulla forma di legittimazione del potere politico, è in biologia, nella nozione di organismo come rete epigenetica, con l’evo-devo. Perché le coppie di arti dei centopiedi geofilomorfi sono sempre in numero dispari? Non lo so!! Il centopiede è il messaggio. Sean Carroll d’altra parte paragona interruttori e campi morfogenetici a sistemi GPS. Okkaay!! E poi perché si formano solo quei 20 aminoacidi per costruire un paio di decine di migliaia di proteine, e perché solo 9 sono essenziali che te li devi per forza mangiare? “Perché?” non è sempre stata una domanda che chiedeva di una causa formale? L’abbiamo sempre avuta sotto il naso. Troppo complicato? Toh, puoi dirlo con un claim di moda: “il messaggio è la causa formale”! Se la materia del messaggio è la sua forma, et voilà, andando fino in fondo, la forma è contenuto! Meglio ancora: il contenuto, o la sostanza è, in ultima istanza, formale. Configurazione – veniva da domandarsi? Di cosa? Probabilmente di niente! In un certo senso doveva essere questo il punto. Finché non si configura, non sappiamo affatto di cosa stiamo parlando. Finché non si configura, non c’è. Gli elementi stessi non sono che il risultato di una (nostra) analisi di una configurazione; non è che esistano, propriamente, se non “in figura” – dice il sociologo citando qualche aforisma. La parola digitata, rutilante trasmettersi digitale di informazione, nuovo messaggio riconfigurato! Et-voilà. La traccia, che rimane, è già altrove, sempre. Rutto, e un’interfaccia connessa dall’altra parte del globo fa cadere un pino, e-mozione pura che si trasmette! Cosa si trasmette? Come si trasmette? Queste erano domande deragliate. SI TRASMETTE, transita, ecco tutto. Nel trasmettersi, si deve per forza configurare e riconfigurare là fuori nell’universo computazionale riconfigurazionale, o meglio sono proprio le riconfigurazioni a transitare. Insomma, anche nel famoso aforisma NON C’ERA NESSUN CONTENUTO. Allora il mantra definitivo di questo post sarà: “IL MESSAGGIO NON È IL MESSAGGIO”. Perché gira così.