Hey, Qwerty!

Bisogna inventare una comoda e pratica nuova interfaccia per l’IOT. Questa interfaccia dovrà essere un po’ MHID, cioè un po’ MID (Machine Interface Device), e anche un po’ HID (Human Interface Device), perché il simbionte si sta facendo impegnativo. Dovrà essere qualcosa come un innovativo tastierone indossabile che non sarà più una tastiera, dovrà essere come il pokemon di un’evoluzione di una tastiera potenziata interamente connessa che non sembrerà neanche più una tastiera ma che funzionerà come e meglio di qualunque tastiera. Bisogna solo inventarla.

Il BMP di Unicode contiene 2^16 -1 caratteri da selezionare più tutte le altre posizioni non ancora assegnate fino ad arrivare potenzialmente a 21 bit cioè al milione. Qui c’è praticamente tutto: migliaia di carrateri cinesi, glifi antichi, tutta la lineare B e decine di hyphen (tipo – ⁃ - – ᠆ ﹣ ֊ 一 —), dall’U+A9C4 javanese pada madya ꧄ al geroglifo D52 il phallus; e c’è anche questo: ⌨. Sono parecchi caratteri da digitare e vorremmo poterli digitare tutti, tanto può essere complessa la realtà globale dell’information environment con cui vogliamo interagire con efficacia. Altro che interfacce vocali. Serve un super tastierone o qualcosa di super omologo.

In origine, c’era questo omuncolo, questo automa-individuo allevato da una macchina abbastanza primordiale che incontrava il mondo se va bene nella parola e nella morte, con questa voce che muoveva abbastanza maldestramente tutto quanto capitasse a tiro in un raggio locale. E nel mondo incontrato nell’automa della parola c’erano geografie ma anche allucinazioni, sacrifici, dèi, economie di sussistenza e grandi adunate intorno alle statue. Nonostante l’evoluzione delle interfacce, sembra sia stato penoso lasciarsi tutto questo alle spalle. L’automa-ulisse riusciva a tornare a casa solo dopo molte peripezie e quello socratico, liberato da un’infinita superstizione, andava ancora in giro allevato dalla macchina della cultura facendosi mille domande ingombranti e fastidiose finché a poco a poco, pezzo per pezzo, la scrittura della voce ha messo faticosamente nero su bianco qualcosa. I caratteri per trascrivere la voce hanno fatto un lavoro grandioso e ne sono bastati molti meno che nell’UTF-8. Certo, all’inizio non era affatto chiaro cosa fosse stato messo nero su bianco. All’inizio, ma anche dopo, per molti anni, diciamo pure secoli. Qualcosa era pur sempre in cammino e, qualunque cosa fosse, è stata vista grazie a inchiostri, steli di piante, papiri e pergamene, tavolette e steli metallici. Tutti segni tracciati con le mani, cioè con le stesse interfacce di cui le tastiere si sono fatte protesi più avanti. Le tavolette sono piaciute subito soprattutto ai capi per controllare le economie dello scambio. Al che i filosofi hanno detto: “alle cose stesse”. Perché si sono ritrovati col problema di raggiungere le cose dopo averle create. E mentre i filosofi hanno fatto (letteralmente) i fenomeni con tutto l’ambaradan utile ogni giorno di più per governare il mondo delle cose che non ci sono, i datori di lavoro dei filosofi normalmente sono andati avanti ad assistere compiaciuti governando l’ingovernabile, finché le economie loro malgrado hanno preso comunque il largo.

Il fato ha dimostrato di avere un bel carattere. Mentre ci si affaccendava con la fiction del vero ricopiato per controllare anche il buono, il brutto e la cattiva (copia), qualcuno ha introdotto la stampa a caratteri mobili e qui le lettere tipografiche hanno preso a muovere le mani in modo completamente differente. E queste stesse mani (visibili e invisibili) si sono rivelate di ottima fattura per differenziare e lavorare sulla selezione delle nuove lettere, le quali hanno cominciato a cambiare anche le attività produttive, non solo le chiese ma anche gli arsenali, un po’ tutto si è espanso accompagnando la precisione della trascrizione e l’espansione del charset. Nel Cinquecento un tale Rampazetto, tipografo veneziano, con la sua startup per i ciechi pare abbia lanciato il device “Scrittura Tattile” che funzionava con delle specie di cubetti che potremmo anche considerare dei tasti ancestrali. Prima dei tasti si è sempre selezionato più che altro con le ruote. Avevano delle rotelline dentate il calcolatore di Schickard (1623), la mitica pascalina (1642) e anche l’addizionatrice di Morland (1666), che ovviamente selezionavano numeri. Concesso che le prime vere e proprie tastiere sono quelle che hanno selezionato le note musicali, le prime tastiere che hanno selezionato numeri e lettere sono quelle delle typewriter a pedali che scimmiottavano ancora le macchine per cucire nel Settecento. Di lì a poco ci sarebbe stato molto da scrivere in termini di nuovi segni matematici, con un’espansione che ha permesso di manipolare non solo la narrazione ma anche la dimostrazione, non solo il finito ma anche l’infinito. Per avvicinarsi a tutto il charset con la simbologia aritmetica e informatica se ne sono viste di interfacce, dalle visioni della GUI di Engelbart fino alle trovate di Cliff Kushler del T9 per i 12 tasti o del meno fortunato approccio “swipe”. La qwerty di Sholes risale al 1868, mentre uno dei primi visual display terminal collegati è il Bell del 1964. Per navigare nell’information environment sempre più automatizzato si sono visti joystick, mouse, touchpad, pointing sticks e compagnia, ma soprattutto le nuove interfacce touch o projected, i pennini digitali e ogni genere di tastierini aggiuntivi multidevice, bluetooth, foldabili, arrotolabili, a scomparsa e ricomparsa, con funzioni di autocomplete (magari potenziate dal machine learning) che non sono ancora ottimali ma in certi contesti aiutano, oppure funzioni per tradurre e trasmettere, o soluzioni speciali per interagire con motilità ridotta; e vocali, soprattutto vocali. In realtà per selezionare i caratteri ci vuole carattere e potrebbe funzionare qualunque soluzione, dagli smart glass a controllo oculare ai sistemi AR o basati su motion capture, dalle haptic suits militari ai più semplici wearable device che potrebbero somigliare anche al sistema TAP keyboard, dove indossi qualcosa sulle dita e cominci a battere ovunque e vai così di ditate seguendo qualche codice convenzionale su qualunque superficie o immaginando una tastiera qwerty che non c’è perché magari è letteralmente scomparsa come nel concept (scomparso esso stesso?) Airtype rivisitato da Samsung C-Lab SelfieType.

Non sappiamo ancora come sarà fatta, ma la tastiera ideale dovrà essere una tecnologia per selezionare, per indicare, per intendere rapidamente migliaia di segni per comunicare dentro l’iot, per formare, elaborare e trasmettere comodamente espressioni, istruzioni, che possono essere composte anche da 1 milione di diverse battute per eseguire non è dato sapere quali generi di distinti algoritmi per arrivare a non si sa quale cosa, quale macchina di Leibniz umana con emoticon o non umana senza emozioni o icone, quale interlocutore, quale MID. Serve almeno la stessa velocità con cui una macchina di Leibniz umana anche presocratica allucina un pensiero, un’immagine, per esempio l’immagine stessa del glifo U+13109. Tac, carattere n.13109 selezionato e via. Come sarà? Scriveremo con gli “occhi”? Il cervello, l’attuale cervello, evidentemente, a modo suo, è già una tecnologia che seleziona molto bene perché in una frazione di secondo ci si può figurare uno tra migliaia di simboli purché se ne ricordi la forma. È un HID efficientissimo che seleziona qualcosa però non lo esternalizza per niente, non lo imprime da nessuna parte, così nessuno può controllare quali tasti siano stati premuti. Se immaginiamo di battere a macchina visualizzando caratteri uno dopo l’altro saremo comunque piuttosto lenti e soggetti a innumerevoli refusi che oltretutto nessun correttore di bozze controllerà. La protesi di questo sistema molto efficiente dovrà funzionare anche con un correttore ortografico integrato e forse sarà un archivio ben compartimentato in cui navigheremo dirigendoci con precisione verso il carattere giusto attraverso approfondimenti ontologici successivi (sono numeri, è una frazione… 1/3, tac). Probabilmente ci saranno nuove selezioni naturali. Dal milione si scenderà infine all’UTF-8, da quest’ultimo a un UTF-0 con molta meno roba, ma comunque molta di più di quella che si sarebbe immaginata il pigro dio Teuth del Fedro. Sarà un tastierone magico sul quale con disinvoltura chiunque potrà prodursi nel classico saluto universale d’interfaccia che probabilmente non sarà “hello” ma “ehil\u00E0”.

Mentre aspettiamo quest’invenzione oculistica/manuale fondamentale, grandi narrazioni retrograde sembrano provare a distrarci con la moda delle interfacce vocali mentre il marketing ce le vende come ANI, “assistenti virtuali” o “conversational technology”, come se ci servisse un ritorno all’oralità, alla voce, potenziata in un dispositivo appoggiato sul tavolo. La voce è quella cosa lì che sappiamo bene cos’è. È quella che sta vocalizzando anche adesso nella testa, mentre sta allucinando questa frase che nessuno sta pronunciando e che senti solo tu, cioè mentre tu, proprio tu (o forse la tua voce), sta, stai, state leggendo in questo momento, al limite percepibile come vibrazione tattile sulla gola, insomma quella cosa che voi (scriviamolo in seconda persona anche se non sappiamo se è corretto?) state usando per articolare magari voi stessi, ecco, insomma quella cosa sappiamo come funziona, sappiamo o sapete, cioè quanti siamo?, quanti siete?, non lo so, voi altri che ci stiamo interfacciando insomma, non è che sentiamo poi tutto questo bisogno di tornare a muovere la realtà con la voce, potenziandola in un bidoncino nero parlante a cui è stato dato il nome di “Alexa”.

Restiamo lucidi, dai. Ci sono migliaia, milioni di istruzioni da interpretare e compilare per eseguire i più incredibili comportamenti nell’iot. Vogliamo chiamarli vocalizzando nomi attraverso interfacce vocali? Vogliamo firmare transazioni oralmente pronunciando hash tipo scioglilingua? Auguri. Magari servirà passare anche da quello per superare il contraccolpo delle grandi narrazioni faustiane. Perché ci accorgeremo dei limiti solo dopo averne fatta esperienza. Perché non è che c’è l’umano, e poi c’è la tecnica, non è che sai cosa stai facendo, no, non lo sai mai, non è che c’è il prometeico costruire strumenti finché ci mangeranno le IA intelligenti perché ci siamo voluti avvicinare al divino Black Mirror e così via, no, emoticon del due di picche o U+26D4, c’è un’evoluzione continua delle interfacce mentre ci si interfaccia con non sappiamo neanche cosa, c’è uno strumentare originario del corpo in cui strumentando s’impara, s’impara che stai usando questo o quello come mezzo per andare in quella direzione che forse era il fine in un tutto collegato insieme, dove emerge la soglia mezzo/fine, dove ogni strumento è idoneo per qualcosa ma è soprattutto non idoneo per molto altro e tendenzialmente scopri prima quello, infine convergi. Lo si scopre in quel momento, e di lì si procede con la convergenza e con l’evoluzione dello strumento verso una nuova strument-azione. Bisogna sempre chiedersi: qual era l’obiettivo? L’assistente parlante? Hey, Qwerty! Non scherzare.

Non vogliamo dire (attenzione, che ci ascolta) che non sia interessante disporre di una nuova interfaccia vocale che possa ricevere, trascrivere, elaborare e/o a sua volta pronunciare altra voce in un corto circuito in cui il celebre “alle cose stesse” diventa ormai una barzelletta. Parlare coi bidoni è senz’altro divertente e sorprendente. E farli parlare in loop ancora di più. È intrattenimento? È un bidone. Questo post si conclude sostenendo che questa Nuova Babele ci distrae dalla ricerca della Grande Tastiera (visuale). “Alexa, pausa”. Ci siamo liberati da infinite superstizioni ed ecco che ritorna Eccolo di Nuovo in ascolto dal terzo emisfero wireless ed ecco che ti inginocchi ed alzi gli occhi al cielo per rivolgerti al bidoncino appoggiato sull’altare e domandi “Atena, cosa c’è nella mia lista delle cose da fare oggi?” e il bidone te lo dice, ti dice cosa fare. Ma vai all’inferno, io lo scrivo su Evernote.