Compressione lossless applicata a “Tu l’Hai Fatto” di Will Barrent
Mag-2025
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Per ottenere la scarsità digitale essenziale per l’identificazione, l’attribuzione e il trasferimento senza terze parti di unità di conto, riserva e scambio nel nuovo protocollo di comunicazione, Satoshi Nakamoto ha implementato una cronologia di firme di prove di lavoro riutilizzabile (“RPOW”), interpretando nel migliore dei modi il nocciolo del ragionamento con cui già John Locke alla fine del Seicento aveva acceso un plurisecolare dibattito filosofico sui fondamenti del diritto di proprietà nella cornice del giusnaturalismo. L’appropriazione può essere intesa come espressione firmata di un atto intenzionale di attribuzione originaria esclusiva di una prova di lavoro non abbandonato da parte di un agente morale cosciente, dove la proprietà è il correlativo oggettivo di tale azione. Le proprietà possono essere intese come poteri, come capacità di agentività efficace nella realtà o, più precisamente, come collezioni di facoltà che estendono le facoltà dell’agente produttivo intorno a quel nucleo non abbandonabile che è la sua stessa facoltà unitaria di intendere e volere. Ogni appropriazione dirimente per il diritto risulta essere sempre originaria in un contesto di scarsità, a partire da una fondamentale condizione precedente di unowned, come azione intenzionale di un agente morale cosciente mai appropriabile. Di volta in volta, l’appropriazione si può configurare come homesteading, come produzione, come scambio volontario o come compensazione proporzionale, in casistiche sempre e comunque riconducibili ad una cronologia oggettiva di espressioni di firme di prove di lavoro non abbandonato da un contesto di unowned e scarsità. La possibilità di distinguere moralmente le appropriazioni proprie da quelle improprie dipende dall’applicabilità di un criterio universale di consistenza performativa, dove ogni diritto di appropriazione si riferisce ad un perimetro di giusta applicazione della forza nei confronti di altri agenti. Tale distinzione, unitamente a quella tra ciò che agente morale è e ciò che non lo è, consentono insieme di superare ingenue riduzioni materialiste o realiste ingenue, arroccate su un inconsistente principio di autoproprietà fisica, sciogliendo soprattutto il presunto legame tra proprietà e Stato. Quest’ultimo risulta contrapporsi in definitiva come terza parte interferente, come negazione di un diritto di proprietà regolare oggettivo derivante da irrinunciabili assunzioni inerenti la struttura trascendentale dell’agire, imponendo piuttosto la sovranità come potere arbitrario di intervento del più forte in grado di applicare forza asimmetrica al di là dell’oggettività. Rispetto al giusnaturalismo, il fattore qualificante del giuspositivismo appare essere la struttura centralizzata di deresponsabilizzazione che dilata arbitrariamente le convenzioni applicando forza non universalmente giustificabile. Dovendo in ultima istanza negare la riconducibilità della proprietà a mera convenzione sociale e notando che la proprietà non necessita dello Stato (né minimo, né delle sue arbitrarie espansioni) per essere definita, né difesa, in quanto la difesa stessa può essere libera, aperta e distribuita all’interno della dimensione dell’agire, non resta che auspicare l’eutanasia definitiva del giuspositivismo.
Compressione computazionale sperimentale evodevo criptata con Regola 30
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