Compressione lossless applicata a “Le origini della civiltà” di James Scott
Ago-2023
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Siamo ipnotizzati da una narrazione narcisistica ed autorappresentativa dello stato consolidata sui libri di storia. La sequenza del progresso della civiltà prevede la transizione da millenni di nomadismo di bande sparpagliate di cacciatori-raccoglitori, selvaggi primitivi senza regole preda della violenza, all’avvento luminoso delle prime grandi città-stato agricole stanziali. In realtà, stiamo rivedendo questo schema semplicistico. La maggioranza ha vissuto al di fuori di tali confini. Vita sedentaria, agricoltura e allevamento hanno preceduto di migliaia di anni la nascita dei primi aggregati di potere centralizzato. I primissimi centri di potere sono nati intorno ai cereali (mangime come frumento, orzo e miglio, riso o mais) perché ben visibili, facilmente divisibili, calcolabili, trasportabili, stoccabili centralmente, ideali per riscossione e redistribuzione. Nei centri piccolissimi (demograficamente e geograficamente) basati su territorialità, mura ed un apparato di funzionari specializzato nel calcolo e nell’esazione, per lo più affollati, circondati da immensi territori abitati da persone inappartenenti, i cosiddetti “barbari”, i sudditi stanziali hanno conosciuto piuttosto peggioramenti, fatica, epidemie, insostenibili pesi fiscali, prelievi sui raccolti, incendi dei campi, sequestro di granai, confisca di bestiame e beni delle famiglie, perfino diete povere di carne, soprattutto reclutamento forzato, schiavitù istituzionalizzata e guerra collettiva. Le mura sono servite a tenere dentro i “sudditi”, non a tenere fuori i “barbari”, meglio nutriti e più longevi: una categoria non culturale, ma di rifugiati politici ed economici, gravitanti alla periferia per scappare da povertà, tasse, schiavitù e guerre. I cosiddetti “secoli bui” non lo sono mai stati: le condizioni della popolazione spesso sono migliorate. In genere, dopo il crollo di un impero, non si è mai verificata una perdita di popolazione, ma una sua redistribuzione; parimenti la cultura si è redistribuita e restaurata come mosaico regionale. Gli stati hanno dominato la documentazione storica e archeologica gran parte della quale è stata autosponsorizzata. Le tecniche di scavo accademico hanno aggravato il pregiudizio statalistico perché è facile trovare macerie “in un solo luogo”; popolazioni nomadi e decentralizzate lasciano tracce più rare. Anche le prime testimonianze scritturali sono sempre state stato-centriche: per lo più parlano di tasse, unità lavorative, genealogie o miti fondativi di aggregati di ordinamenti coercitivi. La scrittura stessa si è diffusa con il peccato originale di facilitare la mappatura ed il governo del territorio al servizio dei ceti burocratici non produttivi. Di qui anche la tipica diffidenza contadina, quella di chi ha sempre saputo che lo stato è una macchina estranea di registrazione, contabilizzazione e misurazione, da “accecare” per porre fine alle proprie sventure. D’altra parte, anche l’accademica ostilità nei confronti delle attività mercantili è da ricondursi alla specificità di tale ricchezza che, a differenza di quella del coltivatore di riso, è sempre indecifrabile, occultabile e sfuggente: semplicemente un incubo da tassare.
Compressione computazionale sperimentale evodevo criptata con Regola 30
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Se la civiltà è lo stato, meglio barbari