La parola più lunga della lingua italiana?
Ott-2026
Una domanda ingenua
Volendo allungare il discorso, anziché accorciarlo, le regole morfologiche della lingua italiana offrono invitanti opportunità. Fin dove si può arrivare con una singola parola? Sembra una domanda da spiaggia. E infatti, precipitevolissimevolmente (26 lettere) è un tentativo da ombrellone, da trattare con il rispetto, ma anche con la diffidenza, che si deve al poeta. Lo si attribuisce, di solito, a un verso del frate secentesco Francesco Moneti, il quale prese precipitevole, gli incollò un superlativo e poi, siccome il verso non era ancora pieno, gli riappiccicò anche -evole. Morfologicamente, è come un’auto in doppia fila: precipit-evol-issim-evol-mente, con due -evole uno dentro l’altro, dove il secondo non aggiunge nulla al primo. Rima garantita, ma con scarso rigore.
Il punto è che forse questa non è materia da poeti, i quali allungano le parole magari per far tornare le sillabe, mentre ai matematici più si addice l’iterazione della prefissazione per far quadrare i conti della morfologia, ma anche della semantica.
La scalata, un pezzo alla volta
Si tratta di un lavoro serio. Le regole sono consolidate, ma ogni pezzo va giustificato, senza ripetizioni superflue, senza contraddizioni, tenendo il contatore sempre acceso. Niente di rivoluzionario, ma si può partire da rivoluzione (11 lettere): un rovesciamento radicale di ordine al quale possiamo mancare un po’ di rispetto senza troppi sensi di colpa. Sotto l’aspetto grammaticale e morfologico ha il pregio di essere un nome, di generare aggettivi o verbi e di accettare prefissi senza protestare. Da qui si può aggiungere un pezzo per volta, verificando ad ogni passo il significato, e ricontando le lettere. Prima qualche suffisso che trasforma il nome in un avverbio; poi qualche prefisso, dall’interno verso l’esterno, ciascuno possibilmente con una determinazione che gli altri non hanno.
| # | Integrazione | Parola | Lettere | Cosa vuol dire |
|---|---|---|---|---|
| 1 | — | rivoluzione | 11 | Rovesciamento radicale di un ordine |
| 2 | contro- | controrivoluzione | 17 | Movimento che si oppone a una rivoluzione per annullarla |
| 3 | -ario | controrivoluzionario | 20 | Proprio di una controrivoluzione o che la sostiene |
| 4 | -izzare | controrivoluzionarizzare | 24 | Rendere controrivoluzionario |
| 5 | -abile | controrivoluzionarizzabile | 26 | Che può essere reso controrivoluzionario |
| 6 | -issimo | controrivoluzionarizzabilissimo | 31 | Che si presta al massimo grado a essere reso controrivoluzionario |
| 7 | -mente | controrivoluzionarizzabilissimamente | 36 | In modo che si presta al massimo grado a essere reso controrivoluzionario |
| 8 | cripto- | criptocontrorivoluzionarizzabilissimamente | 42 | … dove la controrivoluzione è occulta |
| 9 | micro- | microcriptocontrorivoluzionarizzabilissimamente | 47 | … occulta e condotta su piccola scala |
| 10 | ciber- | cibermicrocriptocontrorivoluzionarizzabilissimamente | 52 | … per via digitale |
| 11 | tecno- | tecnocibermicrocriptocontrorivoluzionarizzabilissimamente | 57 | … con strumenti tecnocratici |
| 12 | socio- | sociotecnocibermicrocriptocontrorivoluzionarizzabilissimamente | 62 | … agendo sul piano sociale |
| 13 | psico- | psicosociotecnocibermicrocriptocontrorivoluzionarizzabilissimamente | 67 | … e su quello psicologico |
| 14 | bio- | biopsicosociotecnocibermicrocriptocontrorivoluzionarizzabilissimamente | 70 | … e su quello biologico (biopsicosociale) |
| 15 | liberal- | liberalbiopsicosociotecnocibermicrocriptocontrorivoluzionarizzabilissimamente | 77 | … di matrice liberale |
| 16 | catto- | cattoliberalbiopsicosociotecnocibermicrocriptocontrorivoluzionarizzabilissimamente | 82 | … cattolico-liberale, per la precisione |
| 17 | paneuro- | paneurocattoliberalbiopsicosociotecnocibermicrocriptocontrorivoluzionarizzabilissimamente | 89 | … estesa a tutta l’Europa |
| 18 | neo- | neopaneurocattoliberalbiopsicosociotecnocibermicrocriptocontrorivoluzionarizzabilissimamente | 92 | … essendo una controrivoluzione nuova |
| 19 | ri- | rineopaneurocattoliberalbiopsicosociotecnocibermicrocriptocontrorivoluzionarizzabilissimamente | 94 | Ora la si può rendere tale di nuovo |
| 20 | auto- | autorineopaneurocattoliberalbiopsicosociotecnocibermicrocriptocontrorivoluzionarizzabilissimamente | 98 | … e la cosa può farlo da sé |
| 21 | in- | inautorineopaneurocattoliberalbiopsicosociotecnocibermicrocriptocontrorivoluzionarizzabilissimamente | 100 | … anzi, non può farlo |
E siamo già a un record di cento lettere tonde! Quando il poeta era rimasto a 26 a rigirarsi i pollici.
Sosta panoramica
Fermiamoci per una sosta panoramica, perché una parola di questo genere va svolta e percorsa con calma e attenzione:
inautorineopaneurocattoliberalbiopsicosociotecnocibermicrocriptocontrorivoluzionarizzabilissimamente.
Ad alta voce fa in-au-to-ri-ne-o-pa-neu-ro-cat-to-li-be-ral-bi-o-psi-co-so-cio-tec-no-ci-ber-mi-cro-crip-to-con-tro-ri-vo-lu-zio-na-riz-za-bi-lis-si-ma-mén-te: 43 sillabe, un solo accento principale, sulla penultima. Il fiato va preso prima, non durante.
Con la testa, invece, si può leggere dal centro verso i bordi, come una cipolla:
- Il nucleo sta sempre nei pressi della controrivoluzione;
- Otto determinazioni la descrivono, affiancate come aggettivi: nuova (neo-), paneuropea (paneuro-), cattolico-liberale (cattoliberal-), biopsicosociale (biopsicosocio-), tecnocratica (tecno-), digitale (ciber-), su piccola scala (micro-), occulta (cripto-); ciascuna riguarda un aspetto diverso: tempo, territorio, ideologia, ambito, strumento, canale, scala, visibilità;
- -ario e -izzare ne fanno un verbo: rendere partecipe di una simile controrivoluzione;
- -abile: che può essere reso tale;
- ri- e auto-: che può rendersi tale di nuovo, e da sé, come chi si autoriproduce;
- in-: che non può; davanti a vocale resta in-, come in inautentico; davanti a p sarebbe diventato im-, e il controllo va fatto;
- -issimo e -mente: in modo assoluto.
Ed ecco tutto il significato nel suo splendore: in modo assolutamente impossibile a tornare a farsi, da sé, parte di una nuova controrivoluzione paneuropea di stampo cattolico-liberale, occulta, condotta su piccola scala con mezzi biopsicosociali, tecnocratici e digitali.
Esempio d’uso: «Dopo l’ultimo scandalo, la corrente era ormai inautorineopaneurocattoliberalbiopsicosociotecnocibermicrocriptocontrorivoluzionarizzabilissimamente spenta: nessuno l’avrebbe più rianimata, nemmeno lei stessa». Usata in questa frase, la parola può fare l’effetto di un treno merci a un passaggio a livello. Ma il treno ha un orario, ogni vagone ha un carico dichiarato e nessuno va in doppia fila.
Fin dove si può arrivare?
L’esercizio è interessante, pur concedendogli qualche difetto. Il problema è che a questo punto viene la tentazione di ogni scalatore: tanto vale continuare, no? Chi o che cosa ce lo impedisce? Senz’altro non il vocabolario. Anche con un numero finito di prefissi, anche se la regola vieta di ripeterne uno con lo stesso valore, se ne possono ripetere cambiando valore. Una controcontrorivoluzione non è già più una rivoluzione, se è una rivoluzione che reagisce a una controrivoluzione e ne porta la memoria. Con un contro- in più la parola potrebbe salire a 106 lettere dicendo una cosa nuova; con un altro ancora, a 112, dicendone un’altra. E lo stesso potrebbe valere per anti-anti-, meta-meta-, post-post-. Il tutto mentre il vocabolario continua a crescere da sé: cripto- e ciber-, nel senso usato, sono introduzioni recenti.
Nemmeno l’immaginabilità ci ferma, almeno in teoria: accettiamo di perderne un po’ a ogni passo, come una zavorra. Il vero ostacolo forse è un altro. A ogni pezzo aggiunto, bisogna garantire che il nuovo non contraddica nessuno dei vecchi. Un neo- accanto a un paleo-, un dis- sopra un in- che lo annulla, un anti- che litiga con un contro-: basterebbe uno di questi e la parola, pur perfettamente ben formata, smetterebbe di voler dire qualcosa, un senso compiuto coerente. Come si garantisce, passo dopo passo, che contraddizioni non emergano?
Nonsenso e controsenso
Il filosofo, nella quarta delle Ricerche logiche di Husserl, distingueva tra Unsinn e Widersinn. L’Unsinn è nonsenso: una combinazione che viola la grammatica pura dei significati e quindi non arriva nemmeno a dire qualcosa. «Verde è oppure» non è mai falso. Il Widersinn è controsenso: una combinazione ben formata, che dice qualcosa, ma qualcosa che non può essere. «Un quadrato rotondo» si intende benissimo, ed è proprio per questo che si vede che è impossibile. Ma questa distinzione separa due lavori molto diversi.
- Contro il nonsenso bastano le regole. Se ogni prefisso si attacca alla base giusta e ogni suffisso alla categoria giusta, la parola è ben formata per costruzione. E lo si sa in anticipo, applicando la regola.
- Contro il controsenso le regole non bastano. Che paleo- e neo- si escludano, che dis- sopra in- faccia tornare al punto di partenza, che oligo- voglia dire «poco» e quindi stoni accanto a -issimo: nessuna regola morfologica lo segnala. Bisogna confrontare il pezzo nuovo con tutti i precedenti e il confronto cresce con la parola. A 100 lettere ci sono quindici pezzi; ogni nuovo arrivo va presentato a ciascuno di loro.
Ed ecco perché la coerenza è dove il lavoro serve davvero. La buona formazione si ottiene seguendo una ricetta; la non contraddizione si ottiene solo controllando. La prima si sa a priori, la seconda solo dopo aver compiuto il lavoro.
La prova di lavoro
Una prova non è lo sguardo su oggetti che esistono già: è essa stessa una costruzione finita. Dire che una parola «esiste» significa saperla produrre e saperla verificare. Non c’è possesso senza lavoro; la domanda interessante è dove il lavoro si deposita. E i livelli sono almeno tre.
Il token. Come si usa dire oggi, è la parola scritta, come quella di 100 lettere. Il lavoro è incorporato nell’oggetto e verificarlo costa molto meno che produrlo: per trovarla si sono scartate molte combinazioni, per controllarla basta leggerla e confrontare i pezzi a coppie. È la stessa asimmetria della proof of work di un noto protocollo informatico, dove trovare il nonce è costoso e verificare l’hash è immediato. Il token è un certificato del lavoro svolto.
La procedura. «Aggiungi un contro- e ottieni il livello reattivo successivo» è un metodo finito, scritto una volta. Ma non contiene le parole che produce: per avere quella con mille contro- bisogna eseguirlo mille volte. Il lavoro si divide così in invenzione, fatta una volta, ed esecuzione, proporzionale alla grandezza del risultato.
La prova di correttezza. Che ogni esecuzione dia una parola coerente si dimostra per induzione: si verifica una volta, in generale, che il passo «aggiungi contro-» non introduce contraddizioni. Non è una tesi su una totalità infinita già data, ma uno schema, che per ogni numero concreto si dispiega in una prova concreta. Lo schema non fa il lavoro dell’istanza; garantisce che quel lavoro, se svolto, non fallirà. La certezza non è gratuita: è lavoro spostato più in alto, dall’istanza alla regola, e nessuno conosceva l’esito della regola prima di averla dimostrata. Sul passaggio dallo schema all’istanza un sano costruttivismo finitista si può dividere. Per un moderato, la parola con mille contro- è garantita dallo schema, e se ne conoscono le proprietà strutturali: 6094 lettere, polarità allineata alla rivoluzione perché le inversioni sono in numero pari, posto esatto nella serie. Per un massimalista sulla scia di Esenin-Volpin con la nozione di numero fattibile proposta da Parikh, si potrebbe obiettare che per numeri abbastanza grandi il dispiegamento non è eseguibile da nessuno, e che una garanzia mai riscattabile non garantisce nulla. C’è comunque una scoperta un po’ imbarazzante. Oltre pochi livelli, i contro- forse non si distinguono più per contenuto, ma solo per numero. La parola con mille contro- è come il numerale 1000 scritto in tacche, con un costume da parola italiana. Il finitismo che coi numeri suona così scandaloso ai benpensanti del pensiero con le parole si prende una rivincita di ordinarietà ed evidenza.
Il costo di capire
Il significato di inautorineopaneurocattoliberalbiopsicosociotecnocibermicrocriptocontrorivoluzionarizzabilissimamente non si comprende senza svolgere tutto il lavoro. E per una parola così lunga, il lavoro è necessario, ma non sufficiente.
Le proprietà essenziali si pagano una alla volta. Di nessuna parola, nemmeno di rivoluzione, si possiede «l’insieme completo» delle proprietà: è una totalità aperta con adombramenti, come per qualsiasi oggetto. Quello che si può possedere è la determinazione che individua la parola, come in · auto · ri · … · (contro)¹⁰⁰⁰ · rivoluzion · … · amente. Ma quella notazione non scavalca la costruzione: è una costruzione compressa, che prende in prestito il lavoro già incorporato nel numerale 1000. Ogni proprietà essenziale va poi ricavata da lì, con un calcolo o una verifica. Alcune costano poco, come la lunghezza; altre, al crescere della parola, costano più di quanto chiunque possa pagare. Intendere una proprietà essenziale significa averne la prova e la prova è lavoro: non c’è proprietà senza prova di lavoro; non si ha alcuna proprietà finché qualcuno non l’ha dimostrata.
La comprensione ha un tetto. Prendendo la parola passo per passo, ogni livello si comprende come «reazione al precedente», e il precedente solo come reazione al suo. Per comprendere davvero il livello 639 bisognerebbe tenere insieme, in un unico atto, tutta la catena. La ritenzione non lo consente: ciò che si è appena capito sfuma, e dopo pochi gradi resta solo un «e così via» sostituito dal conteggio. Nella Filosofia dell’aritmetica il filosofo diceva che dei numeri piccoli abbiamo rappresentazioni autentiche, colte in uno sguardo, dei grandi solo rappresentazioni simboliche, affidate alla notazione. Nessuno ha un’intuizione autentica di 1000; ne ha un simbolo ben verificato. Il lavoro, quindi, rende il simbolo corretto, ma non lo trasforma in intuizione. Non crea una differenza qualitativa tra il livello 638 e il 639, perché non c’è; e non allarga l’atto che dovrebbe abbracciarli tutti. Il limite non è della parola: per un intelletto che conoscesse tutto in un solo atto la distinzione cadrebbe.
Ricapitolando: la scalata si può tentare, la vetta si può certificare, ma il panorama non si può vedere tutto. Il poeta si fermava a 26 lettere perché non si poneva il problema di contare il lavoro. Dopo cento lettere, quindici prefissi, induzioni e filosofia della matematica, la parola che il lettore pronuncerà più volentieri forse sarà comunque una delle più compatte di tutte: «Eh?». Manca la verifica sperimentale. Ma qui, con due lettere, senza nessun prefisso e nessuna contraddizione, si riposa in un porto sicuro. Nella compattezza troviamo riposo. Tra una prova di lavoro e l’altra, nelle sacche di riducibilità computazionale troviamo le isole domenicali di prevedibilità di una realtà altrimenti faticosa, quasi tutta fatta di venerabile irriducibilità computazionale.